L'AI ha fatto anche cose buone

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Nel giro di due giorni ho fatto sette siti web, sette.

Non siti web normali: immersivi, con molti effetti 3D, un edificio da attraversare allo scrolling, persino una specie di videogioco. Roba che non saprei manco da dove cominciare.

Livello del mio entusiasmo per questo risultato: carino.

Sarà perchè non li ho fatti io, ovviamente.

Li ha fatti quel collega, anzi quei due colleghi fortissimi e instancabili a cui posso chiedere di fare qualunque cosa. Iniziano a starmi sul cazzo.

Mi hanno fatto passare qualunque divertimento a fare del software.

È che non vedo più una sfida tecnologica, posso chiedere davvero qualunque cosa a quei due.

Sento parlare di programmazione automatica, di fare product design, di capire le esigenze degli utenti, che leggere il codice rallenta troppo: ok, mi sta bene, il mestiere del developer è cambiato.

Anzi meglio, io mi ero già rotto il cazzo di lavorare sui progetti degli altri, se ora significa questo ho ancora più motivazioni per fare qualcosa di mio.

Bene anche perché mi aiuta a evitare l’errore che ho fatto in passato con la mia startup, quando mi sentivo figo a sviluppare blockchain privata e ipfs senza avere la più pallida idea di chi avrebbe mai comprato quel prodotto.

Ma in questi giorni ho iniziato a pensare: a me piace programmare.

Non fare grandi cose, la startup, il side project, proprio entrare nel flow e perdermi dietro il codice.

Sembrano passati vent’anni, ma mi manca.

Mi manca il gusto di risolvere un bug dopo ore a setacciare il codice, mettendo console.log ovunque.

Mi manca leggere a ritroso una codebase per fare reverse engineering e capire come funziona un progetto mai visto prima.

Quasi mi rilassavo a ottimizzare un semplice form, ora invece mi dicono che la programmazione frontend è risolta.

Se ho un errore o devo capire un progetto, chiamo uno dei colleghi cazzuti e vai di fixa/analizza/implementa. E muoviti.

Sarà un po’ nostalgia dei vecchi tempi andati, però ho la sensazione che l’AI mi abbia tolto il giocattolo da sotto le mani.

Ed è una cosa che non avrei mai immaginato, che potesse mancarmi.

dinosauro
Ora mi diverto così

Anni di lavoro tra consulenza, progetti e consegne mi avevano convinto che potendo scegliere non avrei mai programmato nel tempo libero, se non con un certo obiettivo.

E così ho fatto, tra side project e tentativi di startup il divertimento era sempre spostato su una sfida più grande.

Ora queste sfide non ha senso affrontarle senza AI, è come andare a una gara di tiro al piattello con la fionda.

Per carità, avrei sempre potuto trovare nuove sfide approfondendo sempre di più la tecnologia, studiando cose nuove.

Ho fatto pace col fatto che mi attirasse più la sfida logica che la materia di per sé, preferisco studiare altro.

Bene, quindi? Smetto di programmare per sempre perché l’AI lo fa meglio? È stato bello finché è durato?

In questi giorni di immotivata nostalgia mi è venuto il dubbio che la questione possa avere un effetto collaterale interessante.

Quello di relegare la mera scrittura di codice a sfida intellettuale.

Per esempio, se voglio rilassarmi e costruire qualcosa mi metto un’oretta con i Lego, non prendo mattoni e cemento e faccio una piccola casa.

Allora forse posso prendere in considerazione di mettermi lì, musica in sottofondo, notifiche spente, un bug stupido da risolvere dentro l’editor e giocare.

Forse l’AI mi ha tolto la programmazione dal mio mestiere per relegarla a gioco cognitivo, una specie di videogame testuale.

Da fare ogni tanto, non otto ore al giorno.

Quindi ora mi tocca concentrarmi sugli aspetti che davvero contano per il successo di un progetto (e che ho sempre evitato: mercato, distribuzione, problema, bla bla bla), non posso più nascondermi dietro il codice tra mille refactor.

Il che è positivo, perché mi sta facendo capire che voglio davvero farlo, non è più solo una bella immagine da tenere lì davanti.

Mi sento di dire: l’AI ha fatto anche cose buone.

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