Sto facendo una startup (?!)
Ieri sera sono rientrato da Roma, dove ho passato due giorni tra startup, fondi d’investimento e imprenditori veri. E sono carico, stracarico a pallettoni.
Un passettino indietro.
Qualche settimana prima Piergiorgio, amico imprenditore conosciuto insieme al suo socio Giampaolo a un ritiro nomade, mi aveva detto che c’era la possibilità di partecipare a una masterclass per pochi founder tenuta da un noto investitore.
Si tratta di Paolo Angelucci, che nella vita ha fondato e venduto aziende (pure parecchio grosse) e ora si dedica a consulenza e investimenti in startup.
Era una bella opportunità, ho dato subito piena disponibilità, con una piccola postilla: io non sono un founder.
Ok Youtuber, ok i ritiri, la community, Pensarium, ma o sono cose che non rendono o sono piccolissime oppure ancora rendono come lo facevano da freelance: in base al mio tempo.
E poi, a dirla tutta, io una startup in passato l’ho fatta, è andata male e da allora coltivo solo il sogno del Solopreneur che ogni mese riceve un bonifico da Stripe.
Però visto che non volevo perdere l’occasione, ho provato a fare ordine a diverse idee che stavo goffamente mettendo insieme in questi mesi ed ecco che pochi giorni prima di partire avevo un deck pronto (aka un tot di slide belline), fatto male ma pronto.
Qui una piccola parentesi sul: se ho qualcosa che mi mette il pepe al culo, e una data che fissa una call o un evento, posso fare in una nottata il lavoro non fatto in mesi. Chiusa parentesi.
Arrivato lì, in mezzo ad altri founder decisamente più giovani e più avanti di me, quel deck mi è parso ancora molto confuso, ma tant’è: ormai ero al tavolo.
Abbiamo passato quattro ore ad ascoltare e fare domande, pareva una di quelle rare situazioni in cui puoi chiedere qualunque cosa a chi di progetti come i miei ne ha visti nascere e fallire una milionata.
Non ci diceva cosa è meglio fare, quali sono le buone pratiche, ma senza giri di parole come si capisce se un progetto, e soprattutto una persona, ha le carte in regola per avere successo, sia che significhi ricevere investimenti che semplicemente creare un’azienda.
Questa la prima cosa emersa con forza: di un progetto si valuta prima di tutto la qualità del team.
Volendo riassumere il profilo perfetto di chi vuole creare un’azienda/startup (da solo, nel mio caso): deve credere davvero al valore del progetto, saperlo comunicare bene e dedicarcisi full time, non avere i famosi salvagenti (stipendio o clienti) in caso vada male.
Il concetto è lo stesso che avevo capito in questi anni in cui ho fatto tanti side project ma sempre con clienti da freelance a pagare le bollette: se i progetti non decollano, mi accomodo sui clienti e faccio un passo indietro.
Poi il classico “idea e prodotto vengono molto dopo”, che ormai iniziavo ad avere chiaro, soprattutto pensando a quanto l’AI abbia cancellato quel vantaggio strategico a meno che tu non stia portando satelliti nello spazio.
Ecco che vedevo gli spettri della mia startup fallita: la mancanza di un team forte dove serviva, nessuna idea chiara su quale fosse il mercato, si salvava giusto il prodotto, la cosa meno importante di tutte. Et voilà.
Mentre trovavo risposte che cercavo da allora, ero talmente gasato che non mi importava neanche di alzare la mano da solo quando chiedeva chi non sapesse cose elementari nel mondo di chi fa impresa: sono un impostore ma vabenelostessoo.
Alla fine della masterclass non avevo la sensazione di avere un’idea geniale o di sapere esattamente cosa fare, se chiedere investimenti, come strutturare l’offerta, se tutto quello che mi stavo disegnando in testa potesse davvero funzionare o fallire miseramente.
Avevo però una sensazione chiara: se voglio, io sta cosa la posso fare.
Se sono pronto ad accollarmi il sacrificio che richiede, e la precarietà con cui ormai ho deciso di convivere, per abbastanza tempo, fare si può fare.
Fare cosa però?
La sera stessa, mentre raccontavo a Piergiorgio quanto fossi gasato e mi fossi schiarito le idee, ho ancora balbettato cercando di spiegargli di nuovo il mio progetto.
Qui infatti parlo ancora di “progetto” e di “idea” in modo vago perché voglio tirare giu tutto, rifare da zero nell’ordine giusto i pensieri per poter dire: ecco, questo è quello che voglio fare.
Qualcosa che abbia la mia esperienza di una vita su cui fare leva, che possa avere l’ambizione di arrivare dove il mio conteggio ore-lavoro non potrebbe mai arrivare.
Avevo però ancora bisogno di toccare con mano i motivi che mi avrebbero dovuto spingere a mirare a creare qualcosa di più grande, che valesse la pena rispetto a fare il freelance o alla meglio tutto da solo.
Il cerchio di questi dubbi esistenziali l’ho chiuso il giorno dopo.
Ho seguito Piergiorgio e il suo team nelle loro attività: una riunione nel loro ufficio, un sopralluogo per un podcast (in un incredibile edificio romano), un evento di startup.
Tra quello che ho visto osservandoli e le tante chiacchiere fatte, ho toccato con mano la magia di trasformare una visione in qualcosa di concreto.
Per visione non intendo l’idea geniale che nessuno ha ancora avuto, intendo un insieme di tanti piccoli pezzi che rappresentano un’idea del mondo che vorrei realizzare e che non vedo da nessuna parte fatta esattamente come la immagino io.
Lì la visione non mi era raccontata, vedevo fisicamente delle persone diverse con talenti diversi fare delle attività che mi viene davvero difficile chiamare lavoro, diciamo che stavano facendo succedere cose.
Che vuol dire in pratica? Per me vuol dire vedere di martedì mattina un regista e un cameraman che fanno prove in una sala di un palazzo d’epoca per un podcast, mentre una scrittrice discute dell’intervista con chi lo condurrà, mentre al telefono si cerca di organizzare gli incontri interessanti durante un viaggio a New York.
Dietro alla domanda “cosa vuol dire fare impresa” ci vedo proprio il motivo per cui tutte quelle persone stavano creando dal nulla quel qualcosa.
E il fatto che fossero in tanti, con specializzazioni diverse, in una sala incredibile con degli ospiti di valore è la leva che non potrei mai avere immaginandomi da solo a fare un podcast dal camper.
Con la mia startup andata male avevo imparato quanto si paga non avere le persone che servono, e non volendo trovarmi di nuovo col problema ho preferito buttarmi sul freelancing in solitaria e il sogno del SaaS come unica opzione imprenditoriale possibile.
Non che avessi escluso del tutto l’idea di fare cose con altre persone, è proprio così che è nato Informatici di Quartiere, un’associazione che senza altre persone non avrebbe alcun senso di esistere.
Ma fare un’azienda con altre persone? Che poi magari devo pure gestire, diventando di fatto obbligato a fare call con loro? Mai nella vita.
E invece a guardare quei ragazzi lavorare, ho avuto anch’io la voglia di creare una sinergia del genere legata a quella che è la mia personalissima visione del mondo.
Ora c’è l’entusiasmo di aver unito i puntini, ho sentito tanti click in una botta sola che aspettavo da tempo.
Ma l’entusiasmo combatte col sacrificio da cui non si può non passare, in cui si mettono insieme le spese a casa, la scelta di rifiutare un lavoro mentre i risparmi scendono, ricevere le bastonate quando il progetto uscirà fuori.
Anche per questo mi serve scriverlo: ora ho più chiarezza non solo su cosa voglio fare ma anche su cosa servirebbe per poterlo fare.
Il resto, come si dice tra gli startuppari, è execution (che a Roma si direbbe anche devi move er culo).
